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mercoledì 20 maggio 2009

Non Voglio Perderti

NON VOGLIO PERDERTI
Era una calda notte d'estate, e l'invitto esercito macedone stava accampato presso Ninive, capitale del regno degli Assiri, nobile e superba, sfortunata nel suo destino; il cielo terso brillava di stelle, intarsiati ricami sul velluto notturno.

La dura battaglia che li aveva visti nuovamente vincitori era conclusa ormai da ore, i pochi morti seppelliti con tutti gli onori e il Sonno era finalmente giunto a portare sollievo ai soldati, agli ufficiali, agli auriga, profondamente addormentati.


Il Re in persona, quella sera stessa, era venuto a complimentarsi di persona coi soldati dei vari reparti, nessuno era stato lasciato indietro, tutti avevano ricevuto la propria dose di elogi da parte del giovanissimo sovrano, che li aveva condotti nuovamente alla gloria.


Ma non tutto sembrava andare per il meglio, in molti se ne erano accorti.

Il Re aveva qualcosa che lo tormentava.

Per tutta la serata aveva preso parte ai vari festeggiamenti, ma ne era rimasto in disparte, lo sguardo puntato nel fuoco, bevendo distrattamente il vino, che pure scorreva a fiumi, nella sua coppa d'oro; eppure i nemici di sempre, i Persiani erano stati nuovamente vinti, gli dei avevano sorriso ai macedoni, il bottino di guerra era stato imponente come non mai.


Ma allora, cosa preoccupava a tal punto Alessandro il Grande, figlio di Filippo di Macedonia?


La notte scorreva lenta e silenziosa, tutto, nel campo, era immobile, non soffiava neppure un alito di vento; improvviso, un leggero fruscio precedette l'apparizione di una sagoma oscura tra le tende; i pacifici respiri dei soldati sembravano non toccarla minimamente.

Nonostante la notte fosse calda, indossava una tunica di pesante lana scura, ruvida al tatto.


Dal passo leggero, quasi incorporeo, aggraziato come quello di una ninfa, attraversò il campo, raggiungendo una tenda rossa; poco lontana da quella del Divino Alessandro, la guardia all' ingresso era montata da due giovanissimi paggi macedoni, raggomitolati contro la soffice pelle, le armi strette in pugno, profondamente appisolati.


Senza alcun ostacolo, l'ombra entrò nel piccolo ambiente.


Alcune candele illuminavano debolmente lo spartano interno, poste su un basso tavolino, a destra del quale vi era una lettiga.


Un ragazzo vi era disteso, coperto di una soffice stola purpurea.


Non poteva avere più di 25 anni, bello nella sua giovinezza imberbe, ma dal viso contratto in una smorfia di dolore; la bronzea pelle imperlata di sudore freddo era solcata da cicatrici e ferite.


Con cura e attenzione, l'ombra si avvicinò al giovane, accarezzandogli dolcemente la fronte calda per la febbre alta che lo rodeva, le bianche dita sembravano quasi voler cancellare le ferite che solcavano quel delicato corpo; si levò la mantella, mostrando una snella corporatura avvolta in un candido chitone, un viso di bambino quasi, incorniciato da una cascata di riccioli biondissimi, come una corona.


Ventenne appena, dai suoi modi di fare traspariva un'aura di regalità, di grazia quasi divina.


Con aria affranta, il nuovo venuto prese un basso sgabellino e vi si sedette, avvicinandosi il più possibile alla lettiga: una lacrima cadde sul petto del malato.


E poi ancora una, e un'altra, numerose lacrime presero a scendere da quegli occhi magnetici, che piansero a lungo, in silenzio, il cuore lacerato da angoscia e dolore, da colpa e paura.


"Sapevo di trovarla qui.".


Una voce profonda e matura fece alzare repentinamente la testa al giovane sovrano che si voltò, come seccato da quell'improvvisa intrusione.


Nel buio, scorse la figura asciutta di Filippo, il suo medico, che reggeva tra le braccia un vassoio di legno, su cui facevano bella mostra bottigliette di ogni forma e dimensione.


La pallida luce delle candele pareva quasi renderlo più anziano di quanto non fosse. Il re si alzò di scatto dallo sgabello, facendogli spazio sufficiente per permettergli di avvicinarsi.

Non si dissero nulla, mentre il medico operava con mano delicata ma ferma sul corpo del Generale, sostituendo le bende ormai lorde di sangue.


L'intera operazione di svolse in perfetto silenzio, sotto lo sguardo inquisitore del biondo signore di Macedonia, la cui imponente presenza sembrava non toccare minimamente il cerusico, impegnato com'era con il martoriato corpo del giovane ufficiale.


In pochi minuti, le bende erano state cambiate e le ferite spalmate di unguento
.

Filippo si asciugò le mani in una candida pezza di stoffa grezza: "Il Generale Efestione ha rischiato davvero molto questa volta, mio signore." affermò con tono sommesso e austero, "Ha riportato molte più ferite degli altri Generali, superiori perfino a quelle di Clito." aggiunse, indugiando con lo sguardo sul viso impassibile del sovrano.

Nella tenda cadde nuovamente uno spiacevole silenzio, rotto di quando in quando dai sospiri del ferito sulla lettiga.

"Ma se la caverà anche questa volta. Dovrà solo restare a riposo più del solito e non sforzarsi assolutamente, altrimenti mi vedrò costretto a tenerlo bloccato a letto personalmente." concluse, gettando la pezza in un angolo della tenda.

Alla luce delle candele, il viso di Alessandro riacquistò un poco del colore che aveva perso.

Filippo si voltò, afferrando la mantella che aveva poggiato con cura sul basso tavolino, drappeggiandosela addosso: "Forse è meglio che anche lei torni nella sua tenda, altrimenti anche le sue ferite potrebbero riaprirsi e gli altri Chiliarchi se la prenderebbero con me." affermò con tono leggermente alterato, senza voltarsi; le labbra sottili del Macedone si incresparono in un leggero sorriso, "Non preoccuparti Filippo, non accadrà. Buonanotte." salutò il giovane sire con un cenno del capo.

Il dottore annuì e uscì dalla tenda, lasciandolo da solo.

Con un sospiro di sollievo a stento trattenuto, Alessandro avvicinò lo sgabello al giaciglio su cui era disteso Efestione, il suo occhio azzurro percorse spedito quel corpo dalle forme perfette, quel corpo che conosceva bene, quasi come se fosse il suo.

Quel corpo che gli era stato sempre vicino, sempre e comunque.
Quel corpo che era parte del suo, come due essenze inscindibili.

"Se continui a fare quella faccia lì, mio Alessandro, potrei seriamente pensare che tu sia preoccupato.".

Una voce roca ma divertita scosse la mente del sovrano, che alzò la testa.

La terra si specchiò nel mare profondo e velato da una leggera nebbia che però non ne offuscava la naturale luminosità ma, anzi, ne accentuava la profonda bellezza, due paia di profondi occhi blu fissavano il volto inebetito del grande sovrano di Macedonia, leggermente socchiusi per la stanchezza: "Non sono mica morto." aggiunse, cercando di mettersi seduto.

Una fitta di dolore lancinante lo colse al petto, strappandogli un gemito sofferente; le forze faticosamente riacquistate gli vennero meno e il moro ricadde all'indietro.

Ma non toccò mai il soffice giaciglio.

Un paio di forti braccia lo sorressero, cullandolo delicatamente come se fosse stato un bambino, infondendo un piacevole tepore alle sue membra infreddolite e tremanti per la febbre alta, un gesto semplice ma intenso, un gesto tenero che fece sorridere il ferito: "Sei uno stupido, Filippo ha detto che devi stare fermo a riposo per un pò, nessuno sforzo ti è permesso." lo rimbrottò il biondo, adagiandolo con cura tra le coltri, "Se solo provi ad alzarti, ti farò mettere agli arresti." aggiunse, spostandosi un poco, ma sempre tenendolo stretto.

Il ventenne lo guardò con aria imbronciata, un leggero colorito tornava sul suo volto impallidito dalla perdita di sangue: "Sei un tiranno, Ἀλέ..." sbuffò annoiato, "Nessuna protesta, per tutto il tempo che resteremo qui affiderò a Tolomeo e Perdicca il compito di tenerti compagnia." sogghignò Alessandro, sistemandogli i cuscini, proprio come, da bambini, facevano quando uno dei due era malato.

Tra i due cadde improvviso il silenzio.

"Tu come stai?".
Efestione voltò il capo verso Alessandro, guardandolo con aria inquisitoria; il biondo non rispose, si limitò a tenere lo sguardo basso, come a volersi nascondere; "Sei ferito?" continuò con tono preoccupato il moro, cercando di accarezzargli una guancia, ma la vista ballerina non gli permetteva poi molti movimenti.

Il Macedone scosse vigorosamente la testa in segno di diniego: "Sto bene, davvero..." sussurrò il ragazzo, tormentandosi le mani pallide e affusolate, "è solo che... Ho avuto paura.." sussurrò, la sua voce così simile a un soffio di vento giunse a malapena alle orecchie del Chiliarca.

Ma il messaggio era chiaro.

E ora, due preoccupate iridi color mare puntavano su di lui.

"Ti ho visto a terra.. Nel sangue.. Ferito per proteggermi, Tolomeo e Perdicca che urlavano, chiamando Filippo, Clito mi tirava su, cercando di portarmi via dalla mischia, tu nella sabbia, mentre attorno la battaglia infuriava... Ho avuto paura." sussurrò, in un climax crescente di isteria e dolore, "Seriamente. Ho rischiato di perdere una delle persone più importanti per uno stupido capriccio. Se solo avessi... se solo avessi dato retta a Parmenione invece di voler a tutti costi stare in prima fila..." ma non riuscì a completare il suo pensiero.

Una grossa lacrima lucente eruttò dalle sue scure pupille, andando a morire tra le sue labbra contratte.

Lucenti perle di dolore presero a scivolare lungo le guance scarne, lasciando salati solchi su quella pelle dal divino candore, fermate però da un bronzeo dito.

Efestione, disteso sulla sua lettiga, sorrideva triste, accarezzandogli dolcemente il viso ancora di fanciullo: "Shh, non piangere più, mio Alessandro.." cercò di rassicurarlo, avvolgendo le sue deboli braccia attorno alla vita del suo signore, del suo amico.

Del suo Alessandro.

Del suo unico sovrano, dio e bambino assieme.

"Non voglio perderti... Sigh." singhiozzò il giovane, i dorati riccioli sparsi sulla fronte, come a volerla nascondere, "Non voglio..." mormorò, ricambiando l'abbraccio; "Non mi perderai,
Ἀλέ, lo sai." lo rimproverò il maggiore, "Anche se morirò, io vivrò lo stesso, lo sai." lo rassicurò il moro, sollevandogli il mento con la mano, "Mi sorrideresti?" gli chiese.

3 commenti:

SHUN DI ANDROMEDA ha detto...

Checcarina!!!!!!! Che bella! Quanto mi piacciono questi due! *_* Troppo bella! E, se posso, fa bene Alex a sentirsi in colpa...tutto perchè lui vuole la gloria... il povero piccolo Efestione che lo segue fedelmente in ogni battaglia rischia la vita! Ecco! Però che carini!! *_* Mi piace molto come è scritto e le atmosfere... Sei grande piccola...come sempre!
Tsuki ^^

Jivri'l ha detto...

Si, sono d'accordo, è molto bello, ma attenta alle incongruenze storiche e linguistiche, perchè ci sono alcuni errori(quando scrivi qualche cosa di storico è bene consultare bene le fonti storiche in più manuali e siti, si lo so che è una palla, anche io per scrivere mezza paginetta ci metto tre ore!XD). A presto.

__made ha detto...

Olè, eccomi *-* Tesoro se avessi aspettato la mia betata ti avrei corretto su alcuni punti di carattere storico >.< ma fai sempre di testa tua >.< Per il resto, è davvero molto molto carina, lo sai che sono adorabili i tuoi lavori *-* Esprime dolcezza e tenerezza, quasi infantile, tra questi due omoni *O* davvero un bel lavoro! Bwava Bwava! Made