In onore di Virgilio, ho scritto questo testo teatrale che verrà rappresentato il 3 giugno sera in occasione del Talent Quest del mio Liceo. Piuttosto breve, però.
SPIRITS OF ARKADIA
Narratore: Simile a un idilliaco prato, regno incontrastato di Pan, canti di pastori e risate di ninfe che corrono nelle silvestri macchie ne allietano lo scorrere lento del tempo in un mondo eterno; l’Arcadia, sogno perduto di un utopia.
Luogo di semplice e bucolica bellezza, libero e incredibilmente vivo; ehi, non udite anche voi un suono? Non sembra una lira?
(SI ODE IL SUONO CRISTALLINO DI UNA LIRA)
Narratore: Si, è una lira; guardate, un pastorello è seduto sotto quei frondosi rami, è lui che sta suonando.
(LA SCENA SI SPOSTA SU UN RAGAZZO, SEDUTO ALL’OMBRA DI UN GRANDE ALBERO, HA UN ESPRESSIONE SERENA E TRANQUILLA)
Narratore: Che bel suono… Come Orfeo già, anche lui sembra incantare la natura. E ha anche un dolce sorriso.
(SI VEDONO ALCUNI UCCELLETTI POSARSI SULLE SUE GINOCCHIA, ASCOLTANDO RAPITI IL DOLCE SUONO DELLA LIRA) (IL RAGAZZO FINISCE IL SUO PEZZO E I VOLATILI SI DISPERDONO NEL CIELO, SI ALZA)
Pastorello: Il Sole sta già tramontando. Come al solito, sono rimasto troppo tempo a suonare; ma che bello sarebbe suonare alla luce delle stelle… Resterò qui ancora un po’.
(SI RISIEDE SULL’ERBA MENTRE INTANTO IL SOLE TRAMONTA)
(IL CIELO SI TINGE DI BLU MENTRE LE STELLE COMINCIANO A SPLENDERE)
Narratore: Come Orfeo, anche lui è buono e lo stesso nome egli porta.
Pastorello: Le stelle sono davvero splendide. Sembrano brillare solo nel buio, come luminose lucciole in una notte d’estate, guardiane di un delicato regno. Sono infinite ed eterne.
(IL RAGAZZO RIPRENDE A SUONARE)
Pastorello: Dafni morì avvolto da dolci note, e nella notte, quando tutto è calmo, io sento ancora suonare il suo flauto, forse il suo spirito è volato tra le stelle, per vegliare ancora su questa terra che tanto ha amato. Da bambino, attorno alle mense delle ninfe che mi crebbero, sentii la sua storia, le mie nutrici provavano un grande dolore nel ricordarlo. Ho deciso, stasera suonerò per lo sfortunato Dafni, tramutato in stella.
(IL PASTORELLO SUONA, NELL’ARIA SI DIFFONDE LA SUA MUSICA. PASSANO GLI ISTANTI, TUTTO SEMBRA FERMARSI. SI SENTE UNA VOCE FUORI CAMPO E COMPARE ATHENA)
Athena: Sei gentile a suonare per colui che per primo portò la dolcezza del canto in questo luogo. Chi sei, ragazzo?
Narratore: Il canto del pastorello ha colpito perfino la vergine fanciulla guerriera, Athena…
Pastorello: Il mio nome è Orfeo, allevato dalle driadi e dalle ninfe silvestri. Mi scusi se l’ho infastidita, non volevo recarle disturbo col mio suonare alle stelle.
Athena: Non preoccuparti, anzi, mi fa piacere udire il suono della tua lira, lo spirito di Dafni te ne sarà grato e anche gli altri spiriti d’Arcadia, che qui dimorano tra le boscose selve e i verdeggianti prati. Anche le stelle vibrano, rapite dalla tua melodia.
(SI DIFFONDE UNA DOLCE MUSICA)
Pastorello: Mi da gioia suonare, mi fa sentire veramente parte di questo mondo. Come già Dafni e Orfeo, di cui porto meco il nome, canto la natura che mi circonda e che amo, soprattutto le stelle, non trova anche lei che siano splendide?
Athena: Le stelle sono vive, sanno quello che accade e quello che accadrà. Quando un’anima deve dare l’addio a questo mondo, loro lo sentono, e piangono, accogliendola poi tra loro.
Pastorello: Non sapevo avessero questo compito. Ehi, ne è appena caduta una! E ancora un'altra, e un’altra ancora! Le stelle stanno cadendo dal cielo, sembrano un ribollente calderone di luce.
Athena: Sanno quando un’anima lascia questa terra. E adesso, un’anima sta per raggiungerle e nascerà una nuova stella. Orfeo, vieni con me.
(ORFEO E ATHENA SI STRINGONO LA MANO. CALANO LE LUCI. NARRATORE IN SCENA)
Narratore: Occhi chiusi,
il tempo si ferma,
eterno secondo.
Nel buio della notte, odo il grido di una neonata galassia.
È nata una nuova stella.
*ENDE*
giovedì 28 maggio 2009
SPIRITS OF ARKADIA
Pubblicato da SHUN DI ANDROMEDA alle 05:04 2 commenti
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mercoledì 20 maggio 2009
Non Voglio Perderti
La dura battaglia che li aveva visti nuovamente vincitori era conclusa ormai da ore, i pochi morti seppelliti con tutti gli onori e il Sonno era finalmente giunto a portare sollievo ai soldati, agli ufficiali, agli auriga, profondamente addormentati.
Il Re in persona, quella sera stessa, era venuto a complimentarsi di persona coi soldati dei vari reparti, nessuno era stato lasciato indietro, tutti avevano ricevuto la propria dose di elogi da parte del giovanissimo sovrano, che li aveva condotti nuovamente alla gloria.
Ma non tutto sembrava andare per il meglio, in molti se ne erano accorti.
Il Re aveva qualcosa che lo tormentava.
Per tutta la serata aveva preso parte ai vari festeggiamenti, ma ne era rimasto in disparte, lo sguardo puntato nel fuoco, bevendo distrattamente il vino, che pure scorreva a fiumi, nella sua coppa d'oro; eppure i nemici di sempre, i Persiani erano stati nuovamente vinti, gli dei avevano sorriso ai macedoni, il bottino di guerra era stato imponente come non mai.
Ma allora, cosa preoccupava a tal punto Alessandro il Grande, figlio di Filippo di Macedonia?
La notte scorreva lenta e silenziosa, tutto, nel campo, era immobile, non soffiava neppure un alito di vento; improvviso, un leggero fruscio precedette l'apparizione di una sagoma oscura tra le tende; i pacifici respiri dei soldati sembravano non toccarla minimamente.
Nonostante la notte fosse calda, indossava una tunica di pesante lana scura, ruvida al tatto.
Dal passo leggero, quasi incorporeo, aggraziato come quello di una ninfa, attraversò il campo, raggiungendo una tenda rossa; poco lontana da quella del Divino Alessandro, la guardia all' ingresso era montata da due giovanissimi paggi macedoni, raggomitolati contro la soffice pelle, le armi strette in pugno, profondamente appisolati.
Senza alcun ostacolo, l'ombra entrò nel piccolo ambiente.
Alcune candele illuminavano debolmente lo spartano interno, poste su un basso tavolino, a destra del quale vi era una lettiga.
Un ragazzo vi era disteso, coperto di una soffice stola purpurea.
Non poteva avere più di 25 anni, bello nella sua giovinezza imberbe, ma dal viso contratto in una smorfia di dolore; la bronzea pelle imperlata di sudore freddo era solcata da cicatrici e ferite.
Con cura e attenzione, l'ombra si avvicinò al giovane, accarezzandogli dolcemente la fronte calda per la febbre alta che lo rodeva, le bianche dita sembravano quasi voler cancellare le ferite che solcavano quel delicato corpo; si levò la mantella, mostrando una snella corporatura avvolta in un candido chitone, un viso di bambino quasi, incorniciato da una cascata di riccioli biondissimi, come una corona.
Ventenne appena, dai suoi modi di fare traspariva un'aura di regalità, di grazia quasi divina.
Con aria affranta, il nuovo venuto prese un basso sgabellino e vi si sedette, avvicinandosi il più possibile alla lettiga: una lacrima cadde sul petto del malato.
E poi ancora una, e un'altra, numerose lacrime presero a scendere da quegli occhi magnetici, che piansero a lungo, in silenzio, il cuore lacerato da angoscia e dolore, da colpa e paura.
"Sapevo di trovarla qui.".
Una voce profonda e matura fece alzare repentinamente la testa al giovane sovrano che si voltò, come seccato da quell'improvvisa intrusione.
Nel buio, scorse la figura asciutta di Filippo, il suo medico, che reggeva tra le braccia un vassoio di legno, su cui facevano bella mostra bottigliette di ogni forma e dimensione.
La pallida luce delle candele pareva quasi renderlo più anziano di quanto non fosse. Il re si alzò di scatto dallo sgabello, facendogli spazio sufficiente per permettergli di avvicinarsi.
Non si dissero nulla, mentre il medico operava con mano delicata ma ferma sul corpo del Generale, sostituendo le bende ormai lorde di sangue.
L'intera operazione di svolse in perfetto silenzio, sotto lo sguardo inquisitore del biondo signore di Macedonia, la cui imponente presenza sembrava non toccare minimamente il cerusico, impegnato com'era con il martoriato corpo del giovane ufficiale.
In pochi minuti, le bende erano state cambiate e le ferite spalmate di unguento.
Filippo si asciugò le mani in una candida pezza di stoffa grezza: "Il Generale Efestione ha rischiato davvero molto questa volta, mio signore." affermò con tono sommesso e austero, "Ha riportato molte più ferite degli altri Generali, superiori perfino a quelle di Clito." aggiunse, indugiando con lo sguardo sul viso impassibile del sovrano.
Nella tenda cadde nuovamente uno spiacevole silenzio, rotto di quando in quando dai sospiri del ferito sulla lettiga.
"Ma se la caverà anche questa volta. Dovrà solo restare a riposo più del solito e non sforzarsi assolutamente, altrimenti mi vedrò costretto a tenerlo bloccato a letto personalmente." concluse, gettando la pezza in un angolo della tenda.
Alla luce delle candele, il viso di Alessandro riacquistò un poco del colore che aveva perso.
Filippo si voltò, afferrando la mantella che aveva poggiato con cura sul basso tavolino, drappeggiandosela addosso: "Forse è meglio che anche lei torni nella sua tenda, altrimenti anche le sue ferite potrebbero riaprirsi e gli altri Chiliarchi se la prenderebbero con me." affermò con tono leggermente alterato, senza voltarsi; le labbra sottili del Macedone si incresparono in un leggero sorriso, "Non preoccuparti Filippo, non accadrà. Buonanotte." salutò il giovane sire con un cenno del capo.
Il dottore annuì e uscì dalla tenda, lasciandolo da solo.
Con un sospiro di sollievo a stento trattenuto, Alessandro avvicinò lo sgabello al giaciglio su cui era disteso Efestione, il suo occhio azzurro percorse spedito quel corpo dalle forme perfette, quel corpo che conosceva bene, quasi come se fosse il suo.
Quel corpo che gli era stato sempre vicino, sempre e comunque.
Quel corpo che era parte del suo, come due essenze inscindibili.
"Se continui a fare quella faccia lì, mio Alessandro, potrei seriamente pensare che tu sia preoccupato.".
Una voce roca ma divertita scosse la mente del sovrano, che alzò la testa.
La terra si specchiò nel mare profondo e velato da una leggera nebbia che però non ne offuscava la naturale luminosità ma, anzi, ne accentuava la profonda bellezza, due paia di profondi occhi blu fissavano il volto inebetito del grande sovrano di Macedonia, leggermente socchiusi per la stanchezza: "Non sono mica morto." aggiunse, cercando di mettersi seduto.
Una fitta di dolore lancinante lo colse al petto, strappandogli un gemito sofferente; le forze faticosamente riacquistate gli vennero meno e il moro ricadde all'indietro.
Ma non toccò mai il soffice giaciglio.
Un paio di forti braccia lo sorressero, cullandolo delicatamente come se fosse stato un bambino, infondendo un piacevole tepore alle sue membra infreddolite e tremanti per la febbre alta, un gesto semplice ma intenso, un gesto tenero che fece sorridere il ferito: "Sei uno stupido, Filippo ha detto che devi stare fermo a riposo per un pò, nessuno sforzo ti è permesso." lo rimbrottò il biondo, adagiandolo con cura tra le coltri, "Se solo provi ad alzarti, ti farò mettere agli arresti." aggiunse, spostandosi un poco, ma sempre tenendolo stretto.
Il ventenne lo guardò con aria imbronciata, un leggero colorito tornava sul suo volto impallidito dalla perdita di sangue: "Sei un tiranno, Ἀλέ..." sbuffò annoiato, "Nessuna protesta, per tutto il tempo che resteremo qui affiderò a Tolomeo e Perdicca il compito di tenerti compagnia." sogghignò Alessandro, sistemandogli i cuscini, proprio come, da bambini, facevano quando uno dei due era malato.
Tra i due cadde improvviso il silenzio.
"Tu come stai?".
Efestione voltò il capo verso Alessandro, guardandolo con aria inquisitoria; il biondo non rispose, si limitò a tenere lo sguardo basso, come a volersi nascondere; "Sei ferito?" continuò con tono preoccupato il moro, cercando di accarezzargli una guancia, ma la vista ballerina non gli permetteva poi molti movimenti.
Il Macedone scosse vigorosamente la testa in segno di diniego: "Sto bene, davvero..." sussurrò il ragazzo, tormentandosi le mani pallide e affusolate, "è solo che... Ho avuto paura.." sussurrò, la sua voce così simile a un soffio di vento giunse a malapena alle orecchie del Chiliarca.
Ma il messaggio era chiaro.
E ora, due preoccupate iridi color mare puntavano su di lui.
"Ti ho visto a terra.. Nel sangue.. Ferito per proteggermi, Tolomeo e Perdicca che urlavano, chiamando Filippo, Clito mi tirava su, cercando di portarmi via dalla mischia, tu nella sabbia, mentre attorno la battaglia infuriava... Ho avuto paura." sussurrò, in un climax crescente di isteria e dolore, "Seriamente. Ho rischiato di perdere una delle persone più importanti per uno stupido capriccio. Se solo avessi... se solo avessi dato retta a Parmenione invece di voler a tutti costi stare in prima fila..." ma non riuscì a completare il suo pensiero.
Una grossa lacrima lucente eruttò dalle sue scure pupille, andando a morire tra le sue labbra contratte.
Lucenti perle di dolore presero a scivolare lungo le guance scarne, lasciando salati solchi su quella pelle dal divino candore, fermate però da un bronzeo dito.
Efestione, disteso sulla sua lettiga, sorrideva triste, accarezzandogli dolcemente il viso ancora di fanciullo: "Shh, non piangere più, mio Alessandro.." cercò di rassicurarlo, avvolgendo le sue deboli braccia attorno alla vita del suo signore, del suo amico.
Del suo Alessandro.
Del suo unico sovrano, dio e bambino assieme.
"Non voglio perderti... Sigh." singhiozzò il giovane, i dorati riccioli sparsi sulla fronte, come a volerla nascondere, "Non voglio..." mormorò, ricambiando l'abbraccio; "Non mi perderai, Ἀλέ, lo sai." lo rimproverò il maggiore, "Anche se morirò, io vivrò lo stesso, lo sai." lo rassicurò il moro, sollevandogli il mento con la mano, "Mi sorrideresti?" gli chiese.
Pubblicato da SHUN DI ANDROMEDA alle 05:43 3 commenti
Pensieri di Guerra
PENSIERI DI GUERRA
瞬
Generale dietro la collina
ci sta la notte crucca ed assassina…
Da quanto tempo non penso più a quei giorni terribili? È ormai troppo tempo che mi sono lasciato alle spalle l’oscurità, sicuro di essermene liberato per sempre. La notte, la sua oscurità, però sono sempre in agguato, e me ne accorgo.
Chi sono io, in realtà? Non ricordo un granché del mio passato, a dirla tutta, ma sembra di avere in testa solo una nebbia sfocata. Ogni tanto, da questa nebbia, ne escono figure, odori, ricordi privi di significato…. E strane melodie.
… E in mezzo al prato c'è una contadina
curva sul tramonto sembra una bambina
di cinquant'anni e di cinque figli
venuti al mondo come conigli
partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati.
È passato molto tempo dalla mia ultima uscita nel mondo di fuori, ormai la mia vita è solo notturna, ma la contadina me la ricordo, come se fosse ieri: poverina, è rimasta sola, come me, del resto. Aveva un aria serena, però, sembrava sicura che loro tornassero presto. In quel momento provai una forte nostalgia, e scoppiai in lacrime, ma perché? Cosa mi aveva turbato a tal punto?
Generale dietro la stazione
lo vedi il treno che portava al sole
non fa più fermate neanche per pisciare
si va dritti a casa senza più pensare
che la guerra è bella anche se fa male
che torneremo ancora a cantare
e a farci fare l'amore, l'amore
dalle infermiere.
Altre notti senza fine si susseguivano, altri ricordi senza radici si avvicendavano, in un loop senza fine, un loop che neppure io riuscivo a governare. La mia mente vola via lontano … un treno? Che c’entra? Eppure ricordo un treno che correva nella campagna, tra fiumi e monti, correva veloce, lontano, e pareva non fermarsi mai …. Non si era mai fermato, mai! Vicino a me, un gruppo di bambini sorridenti e felici cantava una canzone malinconica, che però gli infondeva una grande gioia, e li invidiavo: da quanto tempo, non ero più felice? Da tanto tempo, e ora sono stanco, vorrei tornare a casa, se mai esiste …
Generale la guerra è finita
il nemico è scappato, è vinto, è battuto
dietro la collina non c'è più nessuno …
E così, mi ritrovai di nuovo in un luogo sperduto, senza nome, dove ero completamente solo, circondato da rovine e rovine, non un essere vivente intorno a me.
Solo solitudine.
Ero da solo …
Generale queste cinque stelle
queste cinque lacrime sulla mia pelle
che senso hanno dentro al rumore
di questo treno
che è mezzo vuoto e mezzo pieno
e va veloce verso il ritorno
tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa,
è quasi amore.
Una notte, una delle tante che ho passato in solitudine, mi parve di sentire una risata argentina risuonare intorno a me, ma non vidi nessuno. Alzai lo sguardo, e vidi cinque stelle luminose, sopra di me, che sembravano ammicarmi, consolarmi. Così, ripartii, non so neppure io perché e, dopo un tempo he mi parve infinito e breve allo stesso tempo, mi ritrovai su un treno, come se mi fossi appena svegliato da un lungo sonno: era l’alba. Accanto a me, una cassa argentea rifletteva le luci del sole nascente, che spandeva una dolce luce d’oro tutto intorno, e mi strappò un sorriso.
In quel momento, passò un uomo, e domandai dove eravamo diretti. Lui, stranamente, non si stupì, e mi rispose: “tra due minuti saremo a Tokyo.”.
Tokyo ….
Alba …
Giorno …
Casa …
Sono tornato …
Volgo lo sguardo al cielo, e vedo quelle cinque stelle diventare sei, e continuare a brillare, anche se il sole è ormai sorto …
瞬,questo è il mio nome …
Pubblicato da SHUN DI ANDROMEDA alle 05:38 2 commenti
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