BLOGGER TEMPLATES AND TWITTER BACKGROUNDS

martedì 7 luglio 2009

Serve The Justice, Excalibur

Serve the Justice, Excalibur!

Già da tempo sono qui tra le ombre, già da tempo il Capricorno si è spento nella volta celeste, lo Zodiaco sta ormai tristemente scomparendo, inghiottito da qualcosa a cui nemmeno io riesco a dare un volto, una forma.

E l’Oscurità avanza, la sua cappa opprimente si fa sempre più vicina, la sento presente, come una belva feroce in agguato tra le pieghe della notte eterna in cui da troppo sono immerso.

Tutto ciò è orribile.

Sono solo un’anima adesso, ma mi sembra comunque di affogare, come se fossi immerso in un gelido oceano, cerco di uscirne, ma annaspo senza una guida, senza più aria, senza più forza, avviluppato in un freddo abbraccio mortale.

Io, il glorioso cavaliere di Capricorn, ridotto ormai alla stregua di una larva, nulla più è rimasto dell’antica forza che la Giustizia della Dea smuoveva in me, null’altro che un debole soffio vitale, un’anima soltanto, inerme, un fievole Cosmo, troppo fragile anche solo per recare conforto a coloro che stanno lottando con tutti loro stessi, compagni coraggiosi.

Sento le loro vite spegnersi a poco a poco, affievolirsi come le fiamme delle candele, come le lucciole morenti, deboli lumicini contro Hades.

E un dolore sordo si fa strada in me, strappandomi a viva forza quel poco respiro che, a fatica, cercavo disperatamente di conservare, facendo violenza persino alla mia condizione; pensavo di non avere più la possibilità di soffrire, di provare qualcosa ma mi sbagliavo e se potessi piangerei, sarebbero un grande conforto le lacrime, silenziose e nascoste, ma sollievo in questo momento tremendo.

Sono inerme, mi è impossibile recare soccorso ai miei compagni e forse è questo ciò che mi fa più male, ciò che maggiormente ferisce la mia anima stanca e sfinita da troppe battaglie, un’anima che riusciva a ritrovare il suo vigore solo nell’adempimento della propria missione, del proprio compito di Difensore della Giustizia, trovando conforto nei valori in cui credevo con tutto me stesso, per cui la mia spada, la mia Excalibur combatteva.

Gloriosa spada, che con me tante battaglie ha combattuto, che adesso serve la Giustizia al mio posto, unico spirito con quel giovane allievo del vecchio Dohko, fedele compagna e fiera avversaria, mio dono al guerriero del Dragone.

Ma il saperla ancora a combattere al posto mio non mi è di consolazione, se possibile anzi mi fa sentire ancora peggio.

Dovrei lottare assieme a lei, assieme ai miei compagni al fianco della Giustizia, della Dea a cui tutti noi abbiamo giurato fedeltà, sentire i Cosmi ardere all’unisono, spingendosi sino al limite estremo, e percepire fluire in me i loro spiriti, una comunione perfetta e una fusione indissolubile, quell’impagabile sensazione di benessere e gioia, anche nel dolore.

Emozioni che non ho scordato nè mai scorderò.

Rialzati Shura, non è da te abbattersi in questo modo, non puoi permetterti di mollare, anche se solo spirito, sei ancora tu, e non ti perdoneresti mai per aver lasciato degli amici fedeli in difficoltà; rialzati, Capricorn, anche se debole, il tuo Cosmo è ancora intatto, torna a far risplendere nello Zodiaco la tua Costellazione, renditi faro nel buio più profondo, tutto è nelle tue mani, ritrova in te la forza, credi ancora nella Giustizia, ancora una volta soltanto, la Dea e tutti hanno bisogno di aiuto, forze mie, non abbandonatemi proprio adesso.

Un sordo dolore fisico mi attanaglia le membra, possibile?

Non posseggo più un corpo, eppure sento come se migliaia di aghi si infilassero sotto la mia pelle, sento il sangue scivolare fuori, ma è un sangue non più scarlatto, bensì dorato, un chiarore che spezza l’Oscurità, che mi riporta alla vita.

Mi aggrappo con decisione a questa speranza, a questa nuova vita che qualuno mi ha donato.

Una carezza leggera come lo Zefiro scivola sul mio corpo nudo e fragile ancora, come quello di un bambino appena venuto al mondo e mi riscopro essere una sola entità, nuovamente io.

Navigo nella luce e sento fluire leggermente attorno a me, timorosi quasi, Cosmi familiari, sento vicino a me Saga, il duplice spirito, Aphrodite e Death Mask, il caro Camus, Aiolos, amico mio, sei sempre stato il primo a sentire il richiamo della Giustizia, lo stesso che noi, in un passato non troppo lontano, non abbiamo udito.

È bello risentirti così vicino, è bello essere nuovamente tutti assieme, temevo di aver perso tutto questo

Uniti come non mai siamo stati, continuiamo il nostro viaggio e io mi sento forte, vigoroso come un tempo.

“Continua a lottare, Excalibur, presto sarò anch’io con voi.” sussurro.

Una mano mi si posa sulla spalla, e poi ancora un’altra e un’altra ancora: “Presto saremo tutti con voi.” mi correggo, mentre un leggero sorriso si dipinge sul mio viso.

Si, non importa cosa accadrà, ma vi raggiungeremo.

E la lotta continuerà, Athena-sama, ci aspetti.

venerdì 3 luglio 2009

Dreams

Villa Kido era immersa nel buio silenzioso della notte.
Non un rumore pareva turbare il riposo degli abitanti.
Un ombra esile scivolava per i corridoi della villa, inondati dall’argentea luce lunare che filtrava dalle ampie finestre; era un bambino, dall’aria assonnata e dai folti riccioli ramati. Vestiva un pigiamino color smeraldo e sembrava intimorito dal buio.
Con un sospiro di sollievo, si fermò dinanzi a una porta, che aprì senza far rumore; con un passo lento e goffo, entrò, era una cameretta da letto.
Respiri sottili e regolari provenivano dall’interno: tre letti, disposti contro le pareti accoglievano, tra le candide coltri, tre bambinetti, di poco maggiori del piccolo “intruso”: mentre due, un moretto e un biondino, dormivano tranquilli e composti, il terzo, un brunetto dalla pelle abbronzata, dormiva tutto scomposto, il cuscino sotto i piedi, la coperta a terra.
Con passo felpato, il piccolo arrivato si avvicinò timoroso al biondo bambino, indeciso se svegliarlo o no, era così tranquillo, si sentiva quasi in colpa.
Ma un rumore improvviso alle sue spalle lo convinse a farlo, era molto impaurito: “Hyoga-chan…” mormorò con una vocina sottile, scuotendolo leggermente. Il piccolo addormentato si svegliò di soprassalto: “Shh… Sono io..” lo prevenne il brunetto, tappandogli la bocca con una mano per impedirgli di urlare; “Shun, che ci fai qui??” sussurrò stupito e preoccupato Hyoga, “Stai male?” domandò, tastandogli la fronte per capire se avesse la febbre. “No, è che… Ho avuto un incubo..” spiegò il piccolo con un filo di voce, guardandosi le ciabatte, “Non volevo di nuovo disturbare Ikki-niisan.. Posso rimanere qui con te?” chiese con due occhioni lucidi.
Il biondo sorrise, quel bimbo riusciva sempre a cambiarlo, a risvegliare in lui quel qualcosa che da troppo tempo era celato: “Certo, ma fa piano, altrimenti svegliamo Shiryu-chan, e poi chi lo sente..” scherzò, facendogli un po’ di posto nel lettino.
Col visino splendente di gioia, Shun gattonò sul materasso, accoccolandosi al suo migliore amico con un sospirone di tenerezza: “Grazie, Hyo-chan” disse, chiudendo gli stanchi occhietti color smeraldo e scoccandogli un dolce bacetto sulla guancia rossa, “Di nulla, ma ora dormi.” Lo abbracciò il compagno; i due bimbi si addormentarono, abbracciati, sotto l’occhio attento e vigile della Luna, pronta a vegliare i loro sogni.
“Dormite e sognate, piccoli Santi.” Sembrava dire.

Il Ricordo

Il Ricordo

Hermione posò un istante l’elegante piuma d’oca sul lucido piano in mogano della biblioteca di Malfoy Manor. Il luogo era silenzioso e tranquillo, e invitava al raccoglimento. Guardò un istante fuori dalla finestra, tutto era tranquillo e un dispettoso raggio di sole infuocò i suoi capelli, rossi come il rame, e bellissimi.
Poi, riprese a scrivere.
“Ma vivono per sempre i tuoi usignoli su quali Hades mai stenderà le sue mani rapaci”.
Davanti a sé, una raffinata pergamena bordata d’oro, vergata in signorili caratteri corsivi color verde smeraldo, e un pesante librone scritto in un linguaggio quasi del tutto incomprensibile. Ma non a lei.
La copertina in cuoio, logora in più punti, era decorata con caratteri strani, il cui significato, più o meno, era: “Epigrammi della Scuola Alessandrina.”.
La ragazza indugiò un momento su ciò che aveva appena scritto , concentrandosi sul lucente colore smeraldino delle lettere, che risaltava sul pallido ocra del foglio.
Una lacrima dispettosa scappò al suo controllo, finendo sul pesante libro aperto sulle sue gambe, un dizionario a quanto pareva.
Un fruscio la costrinse a voltarsi.
Draco la fissava dolce.
La ragazza si asciugò gli occhi, abbracciandolo: “Draco, i suoi occhi… Non riuscirò mai a scordarli... C’era troppa vita in essi, è difficile accettare che sia..” ma non riuscì a terminare la frase che cominciò a piangere.
Draco le accarezzò i capelli: “Lo capisco. Anche per me è difficile, anche se ci siamo battibeccati per anni, non riesco ad accettarlo... Hermione, devi farti forza, sono sicuro che neppure lui vorrebbe vederti così. È ora, dobbiamo andare.” Cercò di confortarla.
La ragazza si asciugò nuovamente gli occhi, si ravvivò la rossa chioma leonina e sorrise: “Si, lo so.” Rispose, prendendo la pergamena dal tavolo e arrotolandola. La chiuse con un nastro, anch’esso verde, in cui la rossa rivide, per un istante, anche una chioma ribelle del color dell’ala di corvo, ma s’impose di non pensarci.
“Aspettano solo noi..” cercò di dire Malfoy, vedendo la sua amata fermarsi presso il tavolo; “Addio, amico mio...” sussurrò ella, seguendo il biondo.
“Ma vivono per sempre i tuoi usignoli su quali Hades mai stenderà le sue mani rapaci”.
“Addio, Harry.”.

COME BACK HOME

TORNIAMO A CASA
Bibi correva in groppa a Karl attraverso il deserto, diretta verso la capitale.
La croce tatuata sul polso brillava vivida alla luce del sole, ormai non più coperta dalla garza; la principessa sorrise nel pensare a quello che era appena successo e già rifletteva sullo scompiglio che le sue parole avevano causato nella capitale, ma lei sentiva che era giusto così, non si sarebbe mai potuta perdonare di non averli salutati.
E poi, erano o non erano amici?
Si chinò su Karl, sempre tenendo saldamente le redini: “Secondo te, li rivedremo un giorno?” gli sussurrò la ragazza, abbracciando la grande testa dell’anatra; l’animale diede in un alto gridi di approvazione e aumentò la velocità, a quel ritmo, in poche ore, sarebbero giunti a destinazione.
Il verso di un falco del deserto le fece alzare il capo: stagliato contro il Sole, vide lo splendido animale e sentì la nostalgia montare in lei, Pell le mancava terribilmente, nel movimento elegante del volatile rivedeva i gesti dell’amico.
Sentì una lacrima scorrere dalla sua guancia ma la sua corsa fu bloccata dalla manica della principessa: “Spero che tu possa essere felice, amico mio..” sussurrò tra sé, “Lo spero tanto… Grazie di tutto..”; improvvisamente, con grande stupore, Bibi vide il falcone planare dolcemente verso terra, la luce del Sole pareva avvolgerlo con dolcezza, come un manto; lo vide atterrare dietro una duna e sparire.
La ragazza fermò Karl, c’era qualcosa che non andava.
Smontò e fece appena in tempo a vedere una eterea figura umana risalire il pendio scosceso della collina di sabbia tra la dorata polvere sospinta dal vento; un lungo mantello candido danzava in morbide volute attorno al suo corpo magro, lunghe braccia avvolte di un candido tessuto erano tese verso di lei.
I suoi occhi si colmarono di lacrime mentre, a passo lento e barcollante, avanzava, Karl timorosamente la seguiva: “Pell..” sussurrò, la voce improvvisamente roca, le parve di vedere sorridere quel misterioso figuro.
Non aveva più dubbi.
“PELL!!” urlò, correndogli incontro, incespicando nella sabbia per risalire la duna; con uno scatto, lo abbracciò di slancio, stringendosi contro il suo petto e allacciando le lunghe braccia attorno alla sua vita, le lacrime che inzuppavano la sua veste candida, non poteva vederlo in viso, ma era sicura che stesse sorridendo; una mano sottile le si poggiò delicatamente sul capo, accarezzandola piano: “Ehi… non fare così, la principessa non deve piangere…” sussurrò, scostandola piano e sollevandole il viso inondato dalle lacrime, Bibi rivide come in un sogno il volto pallido del suo amico e sorrise, “è colpa tua…” replicò, rannicchiandosi nuovamente contro il suo petto, “Mi sei mancato…” seppe solo dire, tutto il resto le sembrava superfluo, inutile.
Pell annuì sospirando, abbracciandola a sua volta: “Torniamo a casa, ti va?”.

Notte D'Estate

I lunghi capelli rossi del cavaliere d’Aquarius danzavano lievi nella dolce brezza estiva della notte, mentre il loro proprietario percorreva a passo spedito un ripido sentiero, che si apriva attraverso un’odorosa macchia di aromatiche erbe.
Il mirto gli pungeva le caviglie, graffiandole leggermente e l’odore penetrante del rosmarino e dell’allora gli empiva le narici; ciottoli di ghiaia e sabbia fine scivolavano attraverso le aperture dei suoi sandali, solleticandogli i piedi; indossava un paio di pantaloni di stoffa grezza ma pulita e una camicia di iuta azzurro chiaro, al polso, teneva una benda blu, più come ornamento che per effettiva utilità.
Il giovane guerriero dagli occhi luminosi faceva vagare attentamente lo sguardo sulla distesa marina silenziosa che si scorgeva tra i bassi arbusti, dolcemente spruzzata dall’argento dei raggi lunari: Camus era inquieto quella notte; non riusciva a spiegarsi la ragione di tale nervosismo che gli opprimeva l’animo e il cuore e ciò lo rendeva particolarmente agitato, non era da lui.
All’improvviso, i suoi sensi, tesi come una corda di violino, percepirono un fruscio e una presenza estranea dietro di sé.
Istintivamente, scattò, voltandosi all’indietro, pronto a reagire ma, da un cespuglio, uscì un leprotto, i suoi occhi brillano nel buio per un istante appena, prima che l’animaletto si rituffasse tra l’erba, spaventato dalla presenza del Saint; il giovane uomo sospirò, rilassandosi appena: “Maledizione..” imprecò a mezza voce, riprendendo il suo cammino. Il rosso si fece strada tra gli arbusti, giungendo, qualche minuto dopo, presso una piccola lingua di sabbia lambita dal mare.
Al limitare di essa, però, si bloccò.
Lì, seduto sulla riva, c’era qualcuno, ne aveva scorto la silhouette elegante ancora prima di percepirne il cosmo, un cosmo familiare che permeava il luogo, fuso con un frammento del cosmo della Dea Athena, che ancora controllava quella zona della Grecia, al limitare con la Terra Santa, un cosmo d’oro come il suo: sedeva sulla riva, i suoi pensieri dolcemente cullati dal lento e ritmico sciabordio delle onde, la testa era incassata tra le ginocchia, tenute strette al petto; stava immobile, come una statua perfetta, i lunghi capelli disordinatamente sparsi sulle spalle sottili, lo sguardo perso in lontananza sul mare.
Aquarius sospirò e si avvicinò alla figura rannicchiata.
Con un gesto calmo, annullò la distanza tra lui e il compagno, stringendolo da dietro e poggiando il mento sulla sua spalla mentre l’altro trasalì leggermente nel suo abbraccio, ma non ne sembrava scontento, anzi, si rannicchiò maggiormente contro il suo petto: “Cosa ci fai qui, Milo?” chiese severo il rosso, “Non dovresti essere a dormire?” aggiunse, scivolandogli accanto ma senza mollare la presa; Scorpio scosse piano la testa, poggiando a sua volta il capo su quello dell’altro, “Non riuscivo a prendere sonno.” ammise, allacciando le braccia attorno alla sua vita, “Sono venuto sin qui con l’intenzione di rilassarmi un po’, ma a quanto pare non ci sono riuscito.” sussurrò, sorridendo leggermente alla luce della Luna che, in quel momento, sbucò da una nuvoletta passeggera.
Camus non rispose, si limitò a fissarlo, tenendolo stretto, perso in chissà quali elucubrazioni mentali; spostò poi la sua vista sulla calma distesa del mare greco, tranquilla e pacifica come ormai da tempo era il Sanctuary.
“Ehi, mi senti?”.
La voce scocciata di Milo scosse il guerriero dai suoi pensieri, e portandolo a guardare negli occhi il compagno, incrociando due cerulee iridi tinte di velata preoccupazione; il rosso scosse il capo: “Scusami, che hai detto?” chiese; Scorpio sbuffò, giocherellando con il suo artiglio acuminato e tinto di rosso, “Dicevo, adesso che finalmente possiamo goderci un po’ di tranquillità dopo la Guerra, cosa farai, tornerai in Siberia con Hyoga?” ripeté con tono velatamente scocciato.
Il sacro guerriero si richiuse in un riflessivo silenzio, non aveva ancora pensato a nulla da quando si erano ritrovati tutti al Santuario, vivi.
L’unica cosa che volevano era stare assieme.
Milo mugugnò di dolore, gli occhi feriti da una luce intensa, sentiva le membra pulsare, completamente avviluppato da una fastidiosa sensazione di sangue in bocca.
Per un momento, pensò di trovarsi nell’Elisio.
Poi, sentì una voce, una voce gentile chiamarlo, una voce dolce che lo toccava sin nel profondo del cuore e un Cosmo avvolgerlo come un abbraccio materno: “Milo, stai bene?”.
A quell’accorata richiesta, il Saint capì di essere ancora vivo.
Lentamente, sollevò le palpebre, trovandosi dinanzi il viso, cinto dai raggi del sole, di Athena, i grandi occhi cerulei velati di ansia: “Athena-sama…” sussurrò il guerriero, riconoscendola; il viso della dea si distese in un caldo sorriso di sollievo, “Ce la fai ad alzarti?” chiese lei, tendendogli una mano. Il Saint annuì e afferrò con delicatezza le sottili dita della fanciulla, mettendosi faticosamente a sedere, il cielo non gli era mai parso così splendido nel suo azzurro.
Col fiato corto, guardò la dea poi, con aria smarrita, fece vagare la vista attorno e si accorse stupefatto di essere sdraiato tra colonne e templi che riconobbe, con commozione, come parte del Sanctuary.
A terra, sdraiati poco lontano e confusi, stavano i Gold Saints, apparentemente incolumi, poco più in là, i Bronze, seduti attorno a Seiya.
Scorpio sgranò gli occhi che si colmarono in un attimo di calde lacrime; con uno scatto, si mise in piedi, barcollando vistosamente e muovendo qualche passo verso i compagni a terra: “S.. Stanno bene, vero?” mormorò, cercando di tenersi saldo sulle gambe malferme. Improvvisamente privo di forze, cadde all’indietro ma la sua caduta fu bloccata da Athena: “Si, stanno bene, è finita.”.
Il Saint dello Scorpione si scosse improvvisamente dal ricordo che aveva rivissuto per un attimo; alzando lo sguardo, incontrò gli occhi velati dell’amico e capì all’istante che stavano rivivendo le stesse memorie; si strinse nelle spalle: “Io resterò qui, comunque. Non ho altro posto in cui andare e sinceramente è l’unico posto in cui vorrei mai stare. E poi, Shion-sama e tutti avranno bisogno di noi.” disse il ragazzo, scostandosi dall’abbraccio e affossando il capo tra le ginocchia.
Camus sospirò e incrociò le mani dietro la nuca, distendendosi sull’umida e soffice sabbia: “Hyoga è cresciuto, non ha bisogno di una balia,” replicò con tono asciutto, “E nemmeno gli altri, sono perfettamente in grado di cavarsela da soli, si sono dimostrati nostri degni successori. No, resterò qui anche io.” aggiunse. Scorpio restò interdetto per un attimo, poi scoppiò a ridere, stendendosi a sua volta accanto al compagno: “Meglio così, allora. È bello per una volta stare tutti assieme.”.
Aquarius sorrise, portando un braccio attorno alle sue spalle e avvicinandolo a sé: “Non ci siamo comportati bene io, Shura e Saga, vero?” chiese con tono dimesso il guardiano dell’Undicesima Casa, fissando il cielo trapunto di stelle mentre una pallida mano andava ad accarezzare i ciuffi ribelli del biondo accanto a lui; Milo bloccò la sua mano, serrandola forte tra le sue dita, stupendo perfino il maggiore tra i due, mai il giovane greco si era mai comportato a quel modo, “Non importa quello che è successo, a nessuno importa, adesso siamo di nuovo assieme. Il passato non vuol dire, voi avete rischiato tutto per svolgere il vostro compito di Saint e nessuno ve lo rimprovera, men che meno Athena. La sofferenza maggiore è stata vostra.” disse saggiamente il giovane uomo.
Camus emise un leggero sospiro dalla bocca: “Riesci sempre a leggermi dentro, vero?” mormorò, “Sei come un libro aperto per me, forse è per questo che siamo così compatibili.” disse con tono divertito il ragazzo di pochi mesi più giovane, “Mi sei mancato…” aggiunse, chiudendo gli occhi per lasciarsi cullare dal ritmico battito del cuore di Aquarius.
Il rosso gli cinse la vita con le braccia, facendolo poggiare col capo sul petto: “Anche tu.” rispose semplicemente.

SUMMER NIGHTS

Un corteo di lucciole accompagnava la placida navigazione di un piccolo ed elegante battello fluviale sulle acque scure e silenziose di un corso d’acqua.
Il bosco attorno era inargentato dalla luce argentea della Luna piena, che spruzzava di delicato colore anche la superficie calma del fiume; con un pigro suono, le pale facevano avanzare il natante lungo le verdi e profumate rive.
Il ponte era immerso nel buio, nemmeno una lanterna lo rischiarava, ma uno sguardo attenta avrebbe distinto alcune figure danzare lievemente a piedi nudi, lunghi capelli volteggiavano sul vento d’estate e sommesse risate coronavano il tutto, una danza leggera sulle note del canto del fiume.
Ragazzi diversi tra loro, per età e per caratteri, viaggiavano su quel battello, ragazzi che, in quella danza, si sentivano come fratelli, taciturne e timide compagne che inseguivano ridendo le lucciole, tutti uniti dalla leggera melodia che il bosco aveva cominciato a cantare col vento: il cuore la sentiva e loro non potevano fare a meno di seguirla e abbracciarla silenziosamente.
Due vesti leggere svolazzarono verso il parapetto e le due fanciulle che le indossavano fissarono per qualche minuto, con occhi grandi e incredibilmente vivi e luminosi di stupore, il lento scorrere della natura davanti a loro: “Queste sono cose che ti fanno davvero apprezzare la vita…” mormorò con aria sognante una, perdendosi nell’osservare la Luna fieramente stagliata sul velluto della notte, “non avevo mai visto tante lucciole in vita mia... E’ magico!” aggiunse con tono sommesso l’altra, seguendo con lo sguardo il volo di uno degli insetti luminosi sul prato, vedendolo posarsi su un fiore.
“Il fiume dà il meglio di sé in questa stagione, ve ne accorgerete quando arriveremo al lago.” s’intromise una voce maschile; le due ragazze si voltarono, vedendo una figura snella camminare verso di loro: “Dopo quest’ansa, arriveremo a destinazione.” disse il ragazzo, poggiando i gomiti sul parapetto e fissando distrattamente davanti a sé, “ecco, ormai ci siamo.”, sorrise furbo nel buio.
Superato l’ultimo angolo dell’ansa, infatti, si schiuse come uno scrigno davanti a loro uno spettacolo a dir poco meraviglioso: tantissime lucciole disegnavano a mezz’aria delicate figure geometriche mentre la brezza, portando con sé messaggi profumati di terre lontane, accarezzava i capelli dei ragazzi, assiepati come incantati alle balaustre; l’acqua riluceva di argento della Luna che, maestosa, presiedeva a quel paradiso.
Le cicale e i grilli facevano udire il loro canto attraverso le fronde, risuonando sulla superficie del grande lago.
I giovani erano rapiti da quella vista, che alcuni avevano solo lontanamente immaginato nei loro sogni.
“Visto? Ve l’avevo detto…” disse con tono divertito la medesima voce maschile in un sussurro; le sue parole si persero nel vento.

Sakura

SAKURA
Una delicata pioggerellina rosata di petali è quanto di più affascinante possa esistere.
Sfiora dolcemente i cuori, come una candida e infantile carezza di bambini, soffice come la pregiata seta dei kimono più belli, splendida, come solo i petali dei teneri fiori possono essere, portatori di pace e dolcezza, di calore dopo il lungo inverno, messi dell’arrivo della giovane Primavera, col suo stuolo di delicate brezze profumate.
Sakura, i candidi ciliegi vengono così chiamati in Giappone, simbolo di fragilità e di vita.
§§§
“Seiya-kun, ti sei sporcato il tomoeri(*) con la salsa dei ramen(*)!” esclamò Shun con tono esasperato afferrando un fazzoletto, “Sta fermo, cerco di pulirlo.” lo rimbeccò severo il ragazzo, vedendo il fratello più giovane tentare la fuga e cercare di nascondersi dietro l’ampia schiena del ragazzo accanto a lui, “Shiryu-niisan, bloccalo per favore.” sorrise il ragazzino, sporgendosi in avanti e chinandosi sul colletto della veste del bruno, “No, Shun,per favore!! Non sono un bambino, posso pulirlo da solo!” cercò di divincolarsi lui, avvampato per l’imbarazzo della situazione, “E dai, sta fermo e lascialo fare!” ridacchiò il Dragone, spingendolo in avanti, “Sarebbe un peccato se il tuo kimono rimanesse macchiato dalla salsa, no?”.
Pegasus sbuffò, imbronciando il viso in una smorfia buffissima; di malavoglia, si sporse leggermente verso il compagno, mettendo a nudo il colletto: “Uff, e va bene!” sospirò, mentre Shun, con aria felice, si prodigava a pulire il pasticcio causato dal’ingordigia del fratellino, “Grazie Shiryu!” esclamò lui, “Seiya-kun, hai fatto proprio un bel pasticcio, ma con un po’ d’acqua dovrebbe andare via!” lo rassicurò Andromeda, intingendo l’angolo del fazzoletto nel suo bicchiere e passandolo con delicatezza sulla stoffa ruvida della lunga veste.
La risata argentina di Hyoga seguì quelle parole fiduciose: “Sei ancora un bambino, caro il mio Seiya! Shun, non dovresti ogni volta fargli da balia!” affermò sibillino il russo, sorseggiando qualcosa da una delicata ciotola di maiolica decorata con motivi rosati, rosa come la floreale pioggia che danzava attorno a loro; i profondi occhi azzurri del biondo si persero nell’ammirare il volteggiare delicato dei petali.
“Ma, Hyoga-niisan!” lo rimbrottò con un sorriso, “Sai come è fatto Seiya, no?” rise, “I ramen sono irresistibili per lui!”, disse, avvicinandosi a lui, le pallide gambe leggermente scoperte per l’improvviso movimento, “Visto che bello? Quest’anno sono fioriti in anticipo!” constatò lui, alzando le braccia e gettandogliele al collo, la testolina ricciuta poggiata sul morbido tessuto argenteo.
“Piccolo Shun, Hyoga-kun ha ragione, non dovresti fare sempre da mamma a quel maldestro di tuo fratello, non dovrebbe essere in grado di cavarsela da solo? Dopotutto, ha ormai 15 anni, anche se ne dimostra molti meno.”.
Il tono ironico della voce immusonì il diretto interessato, che voltò sdegnato il viso dall’altra parte: “Umpf, Aphrodite.. Proprio non capisco perché anche tu sia venuto qui!” sbuffò, afferrando un onigiri(*) dal piatto davanti a lui, lo esaminò attentamente per qualche istante prima di darne un deciso morso alla punta; le labbra tutte sporche di riso lo facevano sembrare più piccolo di quanto non fosse, guadagnandosi altre risate da parte dello svedese, “Vedi? Avevo ragione io! Sei sempre il solito moccioso!” sentenziò il biondo, incrociando le gambe, i gomiti sulle ginocchia, “Non cambierai mai, vero, piccolo Seiya?” ridacchiò, passandogli un pezzo di carta per pulirsi.
“E lascialo perdere, Aphro!” esclamò seccato un ragazzo accanto al femmineo nordico, “Ancora mi chiedo se tu non ti diverta a eseguire alla lettera gli ordini della Dea e a portarti dietro pure me! Avevo da fare al Sanctuary!” sbuffò lui, passandosi una mano tra i capelli grigi sul capo, un serioso kimono color sabbia addosso che faceva decisamente a pugni con i toni colorati dei suoi compagni; uno schizzo d’acqua lo colpì in viso: “Non sono ORDINI della Dea, caro Angelo, Athena-sama ci ha solo chiesto se avevamo voglia di accompagnare i ragazzi ad assistere alla tradizionale fioritura della Sakura, mi sembrava una buona idea passare un po’ di tempo assieme, no? Non ci vengono mai a trovare loro!” rispose con aria quasi bambinesca, “E poi, ammettilo che ti fa piacere stare qui, sicuramente meglio che giocare a carte con Aldebaran e Aiolia!”.
“Ma io mi diverto!” proruppe Cancer esasperato.
“Non so proprio chi tra voi sia più bambino.” decretò Ikki in quel momento, poggiando sulla tovaglia a quadri la sua tazzina, “Seriamente, non vedo molta differenza.” continuò, versando il liquore nel piccolo contenitore, i suoi calmi occhi scuri puntati su tutti quanti.
Il battibecco continuò per qualche battuta ancora poi, così come era iniziato, si quietò, e le conversazioni ripresero più tranquillamente, accompagnate dal buon cibo; la musica di qualche stereo acceso nelle vicinanze cullava le chiacchiere e sembrava guidare il volteggiare dei petali, una malinconica enka(*) cantata dalla voce di una ragazzina: “secondo la leggenda il loro colore così intenso sarebbe dovuto al fatto che abbiano assorbito il sangue dei guerrieri morti in battaglia e seppelliti con onore sotto le loro fronde.(*)”disse improvvisamente Shiryu, accogliendo tra le braccia Seiya, “Si, l’ho sentita anche io questa storia,” confermò Hyoga, rabbuiandosi, lo sguardo colmo di tristezza, “secondo Saori, i ciliegi rappresentano la vita dei samurai e dei guerrieri, splendida ma breve, troppo breve, come quella dei fiori rosa.” spiegò agli amici, accarezzando con dolcezza la testolina ramata che non si era più staccata dalla sua spalla, in un moto improvviso di affetto.
L’atmosfera si era inaspettatamente incupita, come se un’ombra oscura di malinconia e dolore fosse scesa su di loro.
Certi ricordi, ancora troppo vividi nella memoria, erano tornati nuovamente a bussare ai loro cuori, ma nessuno aveva la minima intenzione di dare ascolto a quella voce sommessa, chiusa nel fondo dell’animo, quella voce che avevano tentato di soffocare.
Per una volta, tutto pareva andare bene, tutto era come doveva essere.
Ma quella vecchia leggenda aveva come riaperto una ferita nelle anime dei sette guerrieri, fragili ancora, proprio come quelle bellezze che stavano ammirando.
Celati dai ricchi kimono, le cicatrici e le ferite ancora fresche segnavano la pelle, quelle ferite da cui era fuggito in gran quantità il sangue cremisi.
Quello stesso sangue guerriero che aveva nutrito i ciliegi d’oltretomba, fratelli degli ignari arbusti attorno a loro, simbolo stesso di ciò che erano veramente.
Ma nessuno, in quel momento, voleva pensarci.
Istintivamente, Hyoga afferrò per le spalle il fratellino, portandoselo sulle ginocchia e stringendolo forte a sé, Seiya si ritrovò avvolto dal soffocante abbraccio del Dragone.
Certe ferite erano ancora troppo fresche in effetti.
“EHI! COSA SONO QUESTI MUSI LUNGHI, MOCCIOSETTI!? Siamo qui per divertirci, no?? Moccioso numero uno!” esclamò di scatto Death Mask, rivolgendosi a Shun, “Dove l’hai messo il sakè?” sogghignò lui, mostrandogli la tazza vuota, “Angelo!” lo sgridò Aphrodite, sistemandosi meglio in vita l’obi (*) riccamente ricamato, “Non è il modo di rapportarsi!”.
Sul tenero visetto del guerriero comparve un sorriso, Shun si buttò a capofitto tra le varie borse abbandonate contro il tronco dietro di sé, frugando alla ricerca di qualcosa tra le proteste di Pisces. Il sakè riprese a scorrere, riportando l’allegria nel piccolo gruppo di amici.
Si, forse anche il loro sangue dolorosamente perduto era andato a nutrire la terra e gli arbusti.
Ma quello spettacolo ripagava completamente di tutti i sacrifici fatti.
NOTE:
(*): Il tomoeri è il colletto esterno del kimono.
(*):Il ramen è un tipico piatto giapponese a base di pasta nel formato di tagliatelle o spaghetti conditi con brodo di carne pesce o verdure.
(*):Gli onigiri sono polpette di riso con un cuore di salmone o altro e vari condimenti possibili come l'umeboshi, il sesamo. Di solito l'onigiri ha una forma triangolare, con una striscia di alga nori su un lato per poter essere afferrato comodamente.
(*):Il termine enka si riferisce a un tipo di musica popolare giapponese più melodrammatica, simile al nostro blues. Spesso si può ascoltare nei locali gastronomici più vecchi. Ne è un esempio, l’okonomiakya di un vecchio manga e anime (chi non si ricorda LOVE ME KNIGHT, meglio noto come KISS ME LICIA?) in cui venivano trasmesse queste melodie a ogni ora del giorno.
(*): Una vecchia leggenda tradizionale, famosa per essere stata utilizzata anche in un manga di successo come Tokyo Babylon, dello STUDIO CLAMP. Anche in X il tema del ciliegio è molto sentito.
(*): L’Obi è la cintura, sempre ricamata, che stringe in vita il kimono, sia maschile che femminile.

giovedì 28 maggio 2009

SPIRITS OF ARKADIA

In onore di Virgilio, ho scritto questo testo teatrale che verrà rappresentato il 3 giugno sera in occasione del Talent Quest del mio Liceo. Piuttosto breve, però.

SPIRITS OF ARKADIA

Narratore: Simile a un idilliaco prato, regno incontrastato di Pan, canti di pastori e risate di ninfe che corrono nelle silvestri macchie ne allietano lo scorrere lento del tempo in un mondo eterno; l’Arcadia, sogno perduto di un utopia.

Luogo di semplice e bucolica bellezza, libero e incredibilmente vivo; ehi, non udite anche voi un suono? Non sembra una lira?

(SI ODE IL SUONO CRISTALLINO DI UNA LIRA)

Narratore: Si, è una lira; guardate, un pastorello è seduto sotto quei frondosi rami, è lui che sta suonando.

(LA SCENA SI SPOSTA SU UN RAGAZZO, SEDUTO ALL’OMBRA DI UN GRANDE ALBERO, HA UN ESPRESSIONE SERENA E TRANQUILLA)

Narratore: Che bel suono… Come Orfeo già, anche lui sembra incantare la natura. E ha anche un dolce sorriso.

(SI VEDONO ALCUNI UCCELLETTI POSARSI SULLE SUE GINOCCHIA, ASCOLTANDO RAPITI IL DOLCE SUONO DELLA LIRA) (IL RAGAZZO FINISCE IL SUO PEZZO E I VOLATILI SI DISPERDONO NEL CIELO, SI ALZA)

Pastorello: Il Sole sta già tramontando. Come al solito, sono rimasto troppo tempo a suonare; ma che bello sarebbe suonare alla luce delle stelle… Resterò qui ancora un po’.

(SI RISIEDE SULL’ERBA MENTRE INTANTO IL SOLE TRAMONTA)

(IL CIELO SI TINGE DI BLU MENTRE LE STELLE COMINCIANO A SPLENDERE)

Narratore: Come Orfeo, anche lui è buono e lo stesso nome egli porta.

Pastorello: Le stelle sono davvero splendide. Sembrano brillare solo nel buio, come luminose lucciole in una notte d’estate, guardiane di un delicato regno. Sono infinite ed eterne.

(IL RAGAZZO RIPRENDE A SUONARE)

Pastorello: Dafni morì avvolto da dolci note, e nella notte, quando tutto è calmo, io sento ancora suonare il suo flauto, forse il suo spirito è volato tra le stelle, per vegliare ancora su questa terra che tanto ha amato. Da bambino, attorno alle mense delle ninfe che mi crebbero, sentii la sua storia, le mie nutrici provavano un grande dolore nel ricordarlo. Ho deciso, stasera suonerò per lo sfortunato Dafni, tramutato in stella.

(IL PASTORELLO SUONA, NELL’ARIA SI DIFFONDE LA SUA MUSICA. PASSANO GLI ISTANTI, TUTTO SEMBRA FERMARSI. SI SENTE UNA VOCE FUORI CAMPO E COMPARE ATHENA)

Athena: Sei gentile a suonare per colui che per primo portò la dolcezza del canto in questo luogo. Chi sei, ragazzo?

Narratore: Il canto del pastorello ha colpito perfino la vergine fanciulla guerriera, Athena…

Pastorello: Il mio nome è Orfeo, allevato dalle driadi e dalle ninfe silvestri. Mi scusi se l’ho infastidita, non volevo recarle disturbo col mio suonare alle stelle.

Athena: Non preoccuparti, anzi, mi fa piacere udire il suono della tua lira, lo spirito di Dafni te ne sarà grato e anche gli altri spiriti d’Arcadia, che qui dimorano tra le boscose selve e i verdeggianti prati. Anche le stelle vibrano, rapite dalla tua melodia.

(SI DIFFONDE UNA DOLCE MUSICA)

Pastorello: Mi da gioia suonare, mi fa sentire veramente parte di questo mondo. Come già Dafni e Orfeo, di cui porto meco il nome, canto la natura che mi circonda e che amo, soprattutto le stelle, non trova anche lei che siano splendide?

Athena: Le stelle sono vive, sanno quello che accade e quello che accadrà. Quando un’anima deve dare l’addio a questo mondo, loro lo sentono, e piangono, accogliendola poi tra loro.

Pastorello: Non sapevo avessero questo compito. Ehi, ne è appena caduta una! E ancora un'altra, e un’altra ancora! Le stelle stanno cadendo dal cielo, sembrano un ribollente calderone di luce.

Athena: Sanno quando un’anima lascia questa terra. E adesso, un’anima sta per raggiungerle e nascerà una nuova stella. Orfeo, vieni con me.

(ORFEO E ATHENA SI STRINGONO LA MANO. CALANO LE LUCI. NARRATORE IN SCENA)

Narratore: Occhi chiusi,

il tempo si ferma,

eterno secondo.

Nel buio della notte, odo il grido di una neonata galassia.

È nata una nuova stella.

*ENDE*

mercoledì 20 maggio 2009

Non Voglio Perderti

NON VOGLIO PERDERTI
Era una calda notte d'estate, e l'invitto esercito macedone stava accampato presso Ninive, capitale del regno degli Assiri, nobile e superba, sfortunata nel suo destino; il cielo terso brillava di stelle, intarsiati ricami sul velluto notturno.

La dura battaglia che li aveva visti nuovamente vincitori era conclusa ormai da ore, i pochi morti seppelliti con tutti gli onori e il Sonno era finalmente giunto a portare sollievo ai soldati, agli ufficiali, agli auriga, profondamente addormentati.


Il Re in persona, quella sera stessa, era venuto a complimentarsi di persona coi soldati dei vari reparti, nessuno era stato lasciato indietro, tutti avevano ricevuto la propria dose di elogi da parte del giovanissimo sovrano, che li aveva condotti nuovamente alla gloria.


Ma non tutto sembrava andare per il meglio, in molti se ne erano accorti.

Il Re aveva qualcosa che lo tormentava.

Per tutta la serata aveva preso parte ai vari festeggiamenti, ma ne era rimasto in disparte, lo sguardo puntato nel fuoco, bevendo distrattamente il vino, che pure scorreva a fiumi, nella sua coppa d'oro; eppure i nemici di sempre, i Persiani erano stati nuovamente vinti, gli dei avevano sorriso ai macedoni, il bottino di guerra era stato imponente come non mai.


Ma allora, cosa preoccupava a tal punto Alessandro il Grande, figlio di Filippo di Macedonia?


La notte scorreva lenta e silenziosa, tutto, nel campo, era immobile, non soffiava neppure un alito di vento; improvviso, un leggero fruscio precedette l'apparizione di una sagoma oscura tra le tende; i pacifici respiri dei soldati sembravano non toccarla minimamente.

Nonostante la notte fosse calda, indossava una tunica di pesante lana scura, ruvida al tatto.


Dal passo leggero, quasi incorporeo, aggraziato come quello di una ninfa, attraversò il campo, raggiungendo una tenda rossa; poco lontana da quella del Divino Alessandro, la guardia all' ingresso era montata da due giovanissimi paggi macedoni, raggomitolati contro la soffice pelle, le armi strette in pugno, profondamente appisolati.


Senza alcun ostacolo, l'ombra entrò nel piccolo ambiente.


Alcune candele illuminavano debolmente lo spartano interno, poste su un basso tavolino, a destra del quale vi era una lettiga.


Un ragazzo vi era disteso, coperto di una soffice stola purpurea.


Non poteva avere più di 25 anni, bello nella sua giovinezza imberbe, ma dal viso contratto in una smorfia di dolore; la bronzea pelle imperlata di sudore freddo era solcata da cicatrici e ferite.


Con cura e attenzione, l'ombra si avvicinò al giovane, accarezzandogli dolcemente la fronte calda per la febbre alta che lo rodeva, le bianche dita sembravano quasi voler cancellare le ferite che solcavano quel delicato corpo; si levò la mantella, mostrando una snella corporatura avvolta in un candido chitone, un viso di bambino quasi, incorniciato da una cascata di riccioli biondissimi, come una corona.


Ventenne appena, dai suoi modi di fare traspariva un'aura di regalità, di grazia quasi divina.


Con aria affranta, il nuovo venuto prese un basso sgabellino e vi si sedette, avvicinandosi il più possibile alla lettiga: una lacrima cadde sul petto del malato.


E poi ancora una, e un'altra, numerose lacrime presero a scendere da quegli occhi magnetici, che piansero a lungo, in silenzio, il cuore lacerato da angoscia e dolore, da colpa e paura.


"Sapevo di trovarla qui.".


Una voce profonda e matura fece alzare repentinamente la testa al giovane sovrano che si voltò, come seccato da quell'improvvisa intrusione.


Nel buio, scorse la figura asciutta di Filippo, il suo medico, che reggeva tra le braccia un vassoio di legno, su cui facevano bella mostra bottigliette di ogni forma e dimensione.


La pallida luce delle candele pareva quasi renderlo più anziano di quanto non fosse. Il re si alzò di scatto dallo sgabello, facendogli spazio sufficiente per permettergli di avvicinarsi.

Non si dissero nulla, mentre il medico operava con mano delicata ma ferma sul corpo del Generale, sostituendo le bende ormai lorde di sangue.


L'intera operazione di svolse in perfetto silenzio, sotto lo sguardo inquisitore del biondo signore di Macedonia, la cui imponente presenza sembrava non toccare minimamente il cerusico, impegnato com'era con il martoriato corpo del giovane ufficiale.


In pochi minuti, le bende erano state cambiate e le ferite spalmate di unguento
.

Filippo si asciugò le mani in una candida pezza di stoffa grezza: "Il Generale Efestione ha rischiato davvero molto questa volta, mio signore." affermò con tono sommesso e austero, "Ha riportato molte più ferite degli altri Generali, superiori perfino a quelle di Clito." aggiunse, indugiando con lo sguardo sul viso impassibile del sovrano.

Nella tenda cadde nuovamente uno spiacevole silenzio, rotto di quando in quando dai sospiri del ferito sulla lettiga.

"Ma se la caverà anche questa volta. Dovrà solo restare a riposo più del solito e non sforzarsi assolutamente, altrimenti mi vedrò costretto a tenerlo bloccato a letto personalmente." concluse, gettando la pezza in un angolo della tenda.

Alla luce delle candele, il viso di Alessandro riacquistò un poco del colore che aveva perso.

Filippo si voltò, afferrando la mantella che aveva poggiato con cura sul basso tavolino, drappeggiandosela addosso: "Forse è meglio che anche lei torni nella sua tenda, altrimenti anche le sue ferite potrebbero riaprirsi e gli altri Chiliarchi se la prenderebbero con me." affermò con tono leggermente alterato, senza voltarsi; le labbra sottili del Macedone si incresparono in un leggero sorriso, "Non preoccuparti Filippo, non accadrà. Buonanotte." salutò il giovane sire con un cenno del capo.

Il dottore annuì e uscì dalla tenda, lasciandolo da solo.

Con un sospiro di sollievo a stento trattenuto, Alessandro avvicinò lo sgabello al giaciglio su cui era disteso Efestione, il suo occhio azzurro percorse spedito quel corpo dalle forme perfette, quel corpo che conosceva bene, quasi come se fosse il suo.

Quel corpo che gli era stato sempre vicino, sempre e comunque.
Quel corpo che era parte del suo, come due essenze inscindibili.

"Se continui a fare quella faccia lì, mio Alessandro, potrei seriamente pensare che tu sia preoccupato.".

Una voce roca ma divertita scosse la mente del sovrano, che alzò la testa.

La terra si specchiò nel mare profondo e velato da una leggera nebbia che però non ne offuscava la naturale luminosità ma, anzi, ne accentuava la profonda bellezza, due paia di profondi occhi blu fissavano il volto inebetito del grande sovrano di Macedonia, leggermente socchiusi per la stanchezza: "Non sono mica morto." aggiunse, cercando di mettersi seduto.

Una fitta di dolore lancinante lo colse al petto, strappandogli un gemito sofferente; le forze faticosamente riacquistate gli vennero meno e il moro ricadde all'indietro.

Ma non toccò mai il soffice giaciglio.

Un paio di forti braccia lo sorressero, cullandolo delicatamente come se fosse stato un bambino, infondendo un piacevole tepore alle sue membra infreddolite e tremanti per la febbre alta, un gesto semplice ma intenso, un gesto tenero che fece sorridere il ferito: "Sei uno stupido, Filippo ha detto che devi stare fermo a riposo per un pò, nessuno sforzo ti è permesso." lo rimbrottò il biondo, adagiandolo con cura tra le coltri, "Se solo provi ad alzarti, ti farò mettere agli arresti." aggiunse, spostandosi un poco, ma sempre tenendolo stretto.

Il ventenne lo guardò con aria imbronciata, un leggero colorito tornava sul suo volto impallidito dalla perdita di sangue: "Sei un tiranno, Ἀλέ..." sbuffò annoiato, "Nessuna protesta, per tutto il tempo che resteremo qui affiderò a Tolomeo e Perdicca il compito di tenerti compagnia." sogghignò Alessandro, sistemandogli i cuscini, proprio come, da bambini, facevano quando uno dei due era malato.

Tra i due cadde improvviso il silenzio.

"Tu come stai?".
Efestione voltò il capo verso Alessandro, guardandolo con aria inquisitoria; il biondo non rispose, si limitò a tenere lo sguardo basso, come a volersi nascondere; "Sei ferito?" continuò con tono preoccupato il moro, cercando di accarezzargli una guancia, ma la vista ballerina non gli permetteva poi molti movimenti.

Il Macedone scosse vigorosamente la testa in segno di diniego: "Sto bene, davvero..." sussurrò il ragazzo, tormentandosi le mani pallide e affusolate, "è solo che... Ho avuto paura.." sussurrò, la sua voce così simile a un soffio di vento giunse a malapena alle orecchie del Chiliarca.

Ma il messaggio era chiaro.

E ora, due preoccupate iridi color mare puntavano su di lui.

"Ti ho visto a terra.. Nel sangue.. Ferito per proteggermi, Tolomeo e Perdicca che urlavano, chiamando Filippo, Clito mi tirava su, cercando di portarmi via dalla mischia, tu nella sabbia, mentre attorno la battaglia infuriava... Ho avuto paura." sussurrò, in un climax crescente di isteria e dolore, "Seriamente. Ho rischiato di perdere una delle persone più importanti per uno stupido capriccio. Se solo avessi... se solo avessi dato retta a Parmenione invece di voler a tutti costi stare in prima fila..." ma non riuscì a completare il suo pensiero.

Una grossa lacrima lucente eruttò dalle sue scure pupille, andando a morire tra le sue labbra contratte.

Lucenti perle di dolore presero a scivolare lungo le guance scarne, lasciando salati solchi su quella pelle dal divino candore, fermate però da un bronzeo dito.

Efestione, disteso sulla sua lettiga, sorrideva triste, accarezzandogli dolcemente il viso ancora di fanciullo: "Shh, non piangere più, mio Alessandro.." cercò di rassicurarlo, avvolgendo le sue deboli braccia attorno alla vita del suo signore, del suo amico.

Del suo Alessandro.

Del suo unico sovrano, dio e bambino assieme.

"Non voglio perderti... Sigh." singhiozzò il giovane, i dorati riccioli sparsi sulla fronte, come a volerla nascondere, "Non voglio..." mormorò, ricambiando l'abbraccio; "Non mi perderai,
Ἀλέ, lo sai." lo rimproverò il maggiore, "Anche se morirò, io vivrò lo stesso, lo sai." lo rassicurò il moro, sollevandogli il mento con la mano, "Mi sorrideresti?" gli chiese.

Pensieri di Guerra

PENSIERI DI GUERRA

Generale dietro la collina
ci sta la notte crucca ed assassina…

Da quanto tempo non penso più a quei giorni terribili? È ormai troppo tempo che mi sono lasciato alle spalle l’oscurità, sicuro di essermene liberato per sempre. La notte, la sua oscurità, però sono sempre in agguato, e me ne accorgo.

Chi sono io, in realtà? Non ricordo un granché del mio passato, a dirla tutta, ma sembra di avere in testa solo una nebbia sfocata. Ogni tanto, da questa nebbia, ne escono figure, odori, ricordi privi di significato…. E strane melodie.

… E in mezzo al prato c'è una contadina
curva sul tramonto sembra una bambina
di cinquant'anni e di cinque figli
venuti al mondo come conigli
partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati.

È passato molto tempo dalla mia ultima uscita nel mondo di fuori, ormai la mia vita è solo notturna, ma la contadina me la ricordo, come se fosse ieri: poverina, è rimasta sola, come me, del resto. Aveva un aria serena, però, sembrava sicura che loro tornassero presto. In quel momento provai una forte nostalgia, e scoppiai in lacrime, ma perché? Cosa mi aveva turbato a tal punto?

Generale dietro la stazione
lo vedi il treno che portava al sole
non fa più fermate neanche per pisciare
si va dritti a casa senza più pensare
che la guerra è bella anche se fa male
che torneremo ancora a cantare
e a farci fare l'amore, l'amore

dalle infermiere.

Altre notti senza fine si susseguivano, altri ricordi senza radici si avvicendavano, in un loop senza fine, un loop che neppure io riuscivo a governare. La mia mente vola via lontano … un treno? Che c’entra? Eppure ricordo un treno che correva nella campagna, tra fiumi e monti, correva veloce, lontano, e pareva non fermarsi mai …. Non si era mai fermato, mai! Vicino a me, un gruppo di bambini sorridenti e felici cantava una canzone malinconica, che però gli infondeva una grande gioia, e li invidiavo: da quanto tempo, non ero più felice? Da tanto tempo, e ora sono stanco, vorrei tornare a casa, se mai esiste …

Generale la guerra è finita
il nemico è scappato, è vinto, è battuto
dietro la collina non c'è più nessuno …

E così, mi ritrovai di nuovo in un luogo sperduto, senza nome, dove ero completamente solo, circondato da rovine e rovine, non un essere vivente intorno a me.

Solo solitudine.

Ero da solo …

Generale queste cinque stelle
queste cinque lacrime sulla mia pelle
che senso hanno dentro al rumore
di questo treno
che è mezzo vuoto e mezzo pieno
e va veloce verso il ritorno
tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa,
è quasi amore.

Una notte, una delle tante che ho passato in solitudine, mi parve di sentire una risata argentina risuonare intorno a me, ma non vidi nessuno. Alzai lo sguardo, e vidi cinque stelle luminose, sopra di me, che sembravano ammicarmi, consolarmi. Così, ripartii, non so neppure io perché e, dopo un tempo he mi parve infinito e breve allo stesso tempo, mi ritrovai su un treno, come se mi fossi appena svegliato da un lungo sonno: era l’alba. Accanto a me, una cassa argentea rifletteva le luci del sole nascente, che spandeva una dolce luce d’oro tutto intorno, e mi strappò un sorriso.

In quel momento, passò un uomo, e domandai dove eravamo diretti. Lui, stranamente, non si stupì, e mi rispose: “tra due minuti saremo a Tokyo.”.

Tokyo ….

Alba …

Giorno …

Casa …

Sono tornato …

Volgo lo sguardo al cielo, e vedo quelle cinque stelle diventare sei, e continuare a brillare, anche se il sole è ormai sorto …

,questo è il mio nome …

Questo piccolo componimento è una song-fic a cui tengo molto, e che gradirei ricevesse alcune recensioni… Per capirla appieno, dovreste leggerla ascoltando “Generale” di Francesco de Gregori, da cui mi sono ispirata… è una fic su una guerra terminata, e sui pensieri di un sopravvissuto.

lunedì 6 aprile 2009

Le mie Fanfic

Salve a tutti!
Questo blog è nato per raccogliere tutte le mie fanfic che pubblicherò, dopo una lunga esperienza altrove.

Saranno fic molto speciali, perchè saranno solo mie, solo una parte della mia anima.